“OGGI HO FATTO LO SHIATZU

1° incontro

Il primo trattamento è andato bene: Alberto prima mi ha allontanato a calci, poi mi ha graffiato, infine si è fatto mettere le calze. Insomma: abbiamo “fatto amicizia”.

Oggi è il mio primo giorno al centro diurno per disabili psichici.

Dipinto di Lina

Dipinto di Lina, utente del Centro Diurno Colombetto di Moncalieri (TO)

Veramente ero già venuto in visita la settimana precedente con Marco, il fisioterapista, per prendere gli ultimi accordi prima di iniziare la sperimentazione. La prima impressione arrivando era stata quella di una specie di scuola materna. Ancora prima di entrare ero circondato da persone che mi assalivano di domande: “Come ti chiami?”, “Vieni ancora?”, “Quando torni?”, “Cosa fai?”, “Hai dei bambini? Come si Chiamano?”. E molti mi toccavano, mi abbracciavano. Sono affettuosi. C’è vitalità ed una certa aria buffa e strampalata che fa allegria.

Eravamo rimasti d’accordo di cominciare con i casi “più semplici”, ma non è certo il caso di Alberto.

L’educatrice, Emanuela, mi presenta Alberto. Lui è un ragazzo autistico psicotico, ma ognuno ha i suoi guai: io, ad esempio, sono ipermetrope ambliope per cui non dovrebbero esserci particolari problemi.

Andiamo nella “stanza della musica” dove Alberto ha il suo angolo preferito, il suo nido, dove lui si accuccia in posizione fetale su un materassino. L’educatrice lo rassicura. Io mi siedo a terra vicino a lui con le gambe incrociate, ma lui mi allontana con dei calci. Dopo un po’ capiamo che non vuole che io incroci le gambe e così mi adeguo. Mi avvicino un po’, ci provo alcune volte, ma lui mi respinge sempre con un piede.

Propongo all’educatrice di mettere un po’ di musica visto che mi dice che gli piace. Lei prende uno jambe ed inizia a suonare con un ritmo lento ed un po’ ipnotico. Lui è sempre accucciato. Mostra una mano: mi avvicino lentamente e gli tocco il pollice, delicatamente. Sulle prime lascia fare, poi si alza a sedere, mi afferra gli avambracci, stringe forte e pianta le unghie. Non molla la presa, allora a mia volta gli prendo gli avambracci ed inizio a fare pressioni a pinza con pollice e dita contrapposti. Mi fa male, sento le unghie nella carne, ma mantengo la presa ed intanto iniziamo una specie di balletto al ritmo del tamburo che non si è mai fermato: ondeggio lentamente. Lo tiro leggermente verso di me, poi lo allontano un po’ e così via. Nel frattempo aumento e diminuisco in modo alterno le pressioni sui suoi avambracci al ritmo dello jambe. Lentamente diminuisce la presa e sembra seguirmi nella danza.

La situazione è assurda e surreale. Mi viene da ridere, non riesco a trattenermi. Lui sorride, molla la presa e si mette a sedere a gambe incrociate.

Rimaniamo un po’ a guardarci, fermi. Non so bene come comportarmi, ma cerco di essere presente.

Poi si toglie una calza, la sventola, la fa girare facendo dei versi e me la sporge. La prendo, la sventolo, la faccio girare emettendo suoni gutturali e poi gliela restituisco. La scena si ripete alcune volte con qualche variante: faccio finta di annusare la calza con aria disgustata, è una scenetta che è sempre piaciuta molto ai miei bambini. Alla fine decido di tenermi la calza, allora lui toglie l’altra e ripete lo stesso rituale. Non so bene come uscirne. L’educatrice mi dice che probabilmente lui vuole che io gli metta le calze. Sono molto lusingato dalla proposta e provvedo immediatamente.

Ho superato l’esame: abbiamo fatto amicizia.

Vado nel salone a salutare Enrica e Rachele che avevo trattato prima. Due trattamenti Shiatsu “normali”.

Dipinto di Lina

Dipinto di Lina, utente del Centro Diurno Colombetto di Moncalieri (TO)

Enrica con le matite colorate sta completando sul suo quaderno, lentamente, ma con buona grafia in stampatello maiuscolo, una pagina di “OGGI HO FATTO LO SHIATZU”. Magari una di queste volte le faccio presente che si scrive con la “S”, o forse no.

Rachele è seduta tranquilla sul divanetto. Le chiedo come sta. Lei è timida, parla piano, un po’ coprendo la bocca, quasi a schernirsi e dice: “mi piace quando ti appoggi”. Con una sola frase ha colto il senso profondo dello Shiatsu e della relazione di scambio che lo caratterizza. Apparentemente uno dei due attori, l’operatore, ha un ruolo attivo, mentre il ricevente è passivo. In realtà io mi appoggio al ricevente e lui mi sostiene. Quindi è “abile”. I ruoli si invertono e ciò crea fiducia reciproca, la fiducia di essere sostenuti e di poter sostenere. La fiducia nella natura, nel miracolo della pressione che agisce senza che nulla venga apparentemente fatto. Ho notato nella mia esperienza come siano soprattutto le persone più fragili a recepire questo aspetto così primordiale dello Shiatsu, forse perché, finalmente, sperimentano nella pratica la possibilità di sentirsi utili e di sostenere un’altra persona.

Capitano raramente giornate così intense, ma, come sempre ciò che si riceve è molto più di quello che si dà.

2° incontro

Alberto si ricorda di me e che siamo amici. Quando mi vede mi porge la mano. La prendo con un vago timore (ho ancora i segni del nostro primo incontro). E’ fredda. La scaldo strofinandola delicatamente. Lui l’allontana e porge l’altra mano. La strofino. Continuiamo per un po’ con i cambi di mano, intanto azzardo qualche pressione. Poi lui si accovaccia.

Gli prendo un piede, lui lascia fare così mi estendo piano piano alla gamba ed alla coscia. Rimango lì statico, lui è tranquillo. Improvvisamente solleva il tronco e comincia a dondolare ripetendo una strana litania. Poi si accovaccia e riprendiamo come prima. La scena si ripete alcune volte finché, ad un certo punto, si mette a sedere e dondola avanti e indietro ripetendo le sue litanie. Io gli faccio da specchio. E’ una specie di mantra.

L’educatrice è molto contenta, dice che Alberto si è aperto moltissimo. Continuiamo. Chissà cosa mi insegnerà la prossima volta?

3° incontro

Shiatsu al Centro Diurno Colombetto

Mi dicono che durante la settimana Alberto è stato particolarmente sereno e tranquillo. Ha anche ripreso con la Ippoterapia. In pratica va a cavallo, cioè vive la vita. Vivere la vita è “la” terapia.

Lui è accucciato nel suo angolo. Mi siedo vicino a lui. Sto un po’ lì, poi mi prende spontaneamente la mano, la porta verso di sé e la tiene stretta come fanno i bambini piccoli. Appoggio l’altra mano sul suo fianco e rimango lì, ma ad un certo punto mi viene da starnutire e la stacco improvvisamente. Lui la riprende e la rimette sul fianco. Lentamente la sposto sul plesso solare. Lui si stringe in posizione fetale, allora lo avvolgo spostando l’altra mano sulla schiena.Dopo qualche minuto sembra si sia addormentato, allora appoggio la testa sul suo fianco.

Rimaniamo così a lungo, forse mezz’ora. Respira lentamente. E’ un momento intenso. Non faccio nulla, sono lì: puro scambio, calore animale, rapporto umano, presenza e sostegno.

Lo Shiatsu è il PADRE che abbraccia il suo bambino”.

Il cuore dello Shiatsu è come il puro affetto PATERNO: la pressione delle mani fa scorrere le sorgenti della vita”.

Sono emozionato, mi sto abbeverando alle sorgenti della vita. Non ci sono più ruoli. Io sono abile, lui è abile: siamo solo esseri umani in contatto.

4° incontro

Alberto sta dormicchiando in posizione fetale e mi mostra la schiena. Mi siedo di fianco, poggio un mano su Hara ed una sulla schiena. Poco alla volta il suo respiro si fa più profondo, allora inizio a lavorare la schiena. Solo quando passo alla testa respinge la mia mano, ma delicatamente. Ad un certo punto si gira verso di me, allora poggio la mano sull’addome ed inizio a portare pressioni sulle gambe e sul fianco. Alla fine rimaniamo abbracciati come la volta scorsa.

Un aspetto molto interessante di questa esperienza è la presenza costante di un’educatrice durante le sedute, si alternano Emanuela e Donatella. La presenza di un “osservatore esterno”, oltre al confronto costante sull’andamento di ogni singolo trattamento e sugli obiettivi del progetto, consente di avere un riscontro oggettivo ed imparziale giorno per giorno sugli effetti che lo Shiatsu ha per il ricevente. C’è collaborazione e scambio continuo con il personale del centro

5° incontro e successivi

Negli incontri successivi, poco per volta, Alberto si apre sempre di più, ma è sempre e solo lui che conduce il gioco con le sue richieste: vuole che io rimanga su una zona specifica, poi che mi sposti su un’altra oppure che lo tenga abbracciato e poi non mi lascia più andare. Abbiamo fatto progressi sorprendenti, ma mi sembra di essere arrivato ad un punto morto. Inizio ad essere vagamente frustrato: non c’è scambio e non riesco ad elaborare un approccio soddisfacente.

10° incontro / 1° trattamento

Finché un bel giorno…

Per la prima volta, superiamo il puro contatto fisico e facciamo Shiatsu in senso proprio.

Per la prima volta mi lascia lavorare anche la testa.

Per la prima volta, pur essendo sempre lui che indica le zone da trattare, possiamo finalmente “contrattare”.

Per la prima volta si distende, si apre anche fisicamente ed assume una posizione meno contratta.

Le conversazioni con Emanuela, l’educatrice, sono state illuminanti: Alberto si percepisce in modo instabile e disgregato per cui tende ad indirizzare la mia mano sulle zone isolate che transitoriamente si mostrano alla sua coscienza. La mia sensazione è che lui sia come “rinchiuso” in qualche luogo profondo della testa, la parte che solo oggi ho potuto toccare per la prima volta. Da questa “prigione” la sua attenzione, e quindi la sua energia, si concentrano in modo variabile su altre zone che sono quelle su cui indirizza di volta in volta la mia mano.

In seguito ho interrogato in proposito l’I Ching che ha confermato questa ipotesi. L’esagramma calcolato è il numero 53 “Lo Straripamento” che muta nel numero 28 “Carico Eccessivo”. Sinteticamente evidenzia un eccesso di Yang che non si riesce a contenere, ma di questo parlerò in un prossimo articolo.

Nello sviluppo della nostra serie di incontri, Alberto mi sta insegnando poco per volta cosa devo fare, mi dà una strategia, come un maestro paziente: mano nella mano, passo dopo passo. Primo passo: esame iniziale, per verificare che fossi all’altezza del compito. Secondo passo: contatto, familiarità e conoscenza reciproca. Terzo passo: indicazione dei bisogni ed impostazione del metodo di lavoro. Il metodo, lo conosco bene, si chiama “due in uno” o “l’eco della vita”. Vuol dire aiutarlo a collegare le parti separate nelle quali lui si riconosce. Aiutarlo a costruire una consapevolezza unitaria di sé, di lui con me e di noi col mondo.

In lui domina, secondo la concezione di Masunaga, la sensibilità epicritica e mi chiede di aiutarlo a sviluppare una concezione protopatica, completa, di sé. Ancora una volta verifico che lo Shiatsu è un processo educativo ed evolutivo che coinvolge entrambi gli attori del trattamento. Mi sembra di aver afferrato qualcosa di più delle celebri definizioni dello Shiatsu di Masunaga e di Namikoshi che ho citato prima sostituendo la madre con il padre. Il contatto fisico è il punto di partenza indispensabile. Affetto, rassicurazione, contenimento, cioè “l’abbraccio” sono i requisiti di base per poter entrare in contatto con “le sorgenti della vita”. In alcuni casi questo è sufficiente. Qui però devo assumere la responsabilità direttiva del genitore, del padre, e quindi indicare un percorso evolutivo e dare gli strumenti per seguirlo.

Ora tocca a me condurre il gioco. Mi torna in mente, molto opportunamente, il concetto di “Mano Padre” che Douglas Gattini ha presentato all’ultimo Convegno F.I.S. affiancandolo a quello di “Mano Madre”.

Ora capisco anche meglio la sottile frustrazione che aveva accompagnato i nostri ultimi incontri, intensi e commoventi, in cui però era lui e solo lui, come un bambino capriccioso, a dettare legge ed a stabilire cosa dovessi fare. Adesso siamo entrati in una fase di scambio reale in cui si dà e si prende, si stimola e si risponde. Insomma stiamo cominciando a fare veramente Shiatsu.

Realizzo ancora una volta come possa essere limitante restringersi alla patologia ed allontanarsi dalla persona. Se mi fossi messo a compulsare i manuali per trovare i punti adatti a “curare” l’autismo non avrei potuto cogliere questa opportunità e mi sarei allontanato dalle “sorgenti della vita”.

Grazie Alberto.

Valter Vico

La testimonianza di Stefania, Operatrice Shiatsu

Tutto per me è iniziato con una mail di Valter indirizzata al gruppo di volontariato che frequento.

In quel messaggio Valter invitava i membri del gruppo a considerare l’idea di prestare volontariato anche in un centro diurno per disabili psichici.

Subito mi sembrò una buona idea, un’ottima opportunità per imparare cose nuove ed entrare in contatto con altre persone.

Più tardi, dopo qualche scambio di informazioni in più con Valter, mi resi conto però che l’ambiente e le situazioni che mi sarei trovata ad affrontare erano in certi casi molto complesse e delicate. Calato un po’ l’entusiasmo iniziale, indecisa sul da farsi, pensai forse di non essere ancora pronta o preparata abbastanza per affrontare trattamenti così difficili.

Però confrontandomi un po’, mi resi conto che non c’era proprio nulla da “affrontare”. Non era una questione di esperienza o di conoscenze. Sbagliavo pensando di non essere pronta, perché ero partita con il piede sbagliato di chi va per fare o dare, e questo non era sicuramente lo spirito corretto.
Mi dissi: “Sono pronta, sono pronta eccome!”
Perché si è sempre pronti per ricevere un bel dono da qualcuno.

Questa fortunata, piccola intuizione fu felicemente confermata subito al mio primo ingresso al centro. Mi sentii subito a casa e accolta con calore. Quanti baci e quanti abbracci! Tantissimi, in un sorprendente clima di affetto e vivace allegria.

Dentro, iniziai ad affiancare Valter osservandolo per un paio di incontri, ma mi fu subito chiaro che trattare queste persone speciali non richiedeva abilità “speciali”, ma solo una più profonda umanità e un calore più sincero, cosa che costringe l’operatore a lavorare molto più sull’autentico sé che sull’altro. Mi sentii un po’ sciocca nel realizzare che trattare loro è come trattare chiunque. Pensai: “per certi versi sembra addirittura più semplice, più fisico, più istintivo”.

Vedere i loro sorrisi e le loro manifestazioni di affetto mi aiutarono a distendermi e a mettere definitivamente da parte le mie piccole insicurezze, così iniziai i miei primi trattamenti.

Questa esperienza è per me tra le più educative che un operatore Shiatsu possa vivere. Spesso è anche divertente, sicuramente uno scambio sempre gioioso ogni volta più bello e più ricco.

Ad ogni contatto ricevo molti incredibili doni inaspettati da questi affettuosi maestri, infinitamente più di quel che so e posso dargli.
Per questi doni a loro sono e sarò per sempre profondamente grata.

Stefania

La testimonianza di Emanuela, Educatrice

Il mio nome è Emanuela, da quattro anni lavoro come educatrice di sostegno delle persone disabili.

Da qualche mese, con Donatella, osservo Valter e Stefania mentre rivolgono i loro trattamenti Shiatsu ai nostri utenti.

Prima che iniziasse la collaborazione con Valter e Stefania, lo Shiatsu era, per me, una “tecnica di massaggio”. Invece, l’osservazione costante del lavoro svolto dai tecnici, mi ha suggerito alcune riflessioni, che ricadono anche sul ruolo che siamo chiamati a rivestire noi educatori. Nel corso dei nostri incontri, ho affiancato, in particolare, Valter e Stefania durante i trattamenti che rivolgono ad E., una signora sordomuta, ed a R., una signora ipovedente. In merito a questi trattamenti, riflettevo su come la comunicazione non passa solo attraverso le parole, che noi educatori a volte sprechiamo, nel tentativo “sano “ di aiutare e sostenere, ma anche e soprattutto attraverso i gesti.

Valter e Stefania non utilizzano molte parole durante il trattamento, ma comunicano attraverso il contatto del corpo, aiutando le persone che ricevono la prestazione, a recuperare una dimensione fisico – emozionale, a riconoscere una sensazione di benessere e a farla propria.

Mi colpisce, ogni settimana, l’ambiente che si crea nel breve arco di una mezz’ora, il silenzio che ti avvolge in un’atmosfera rilassante, in quello spazio temporale nel quale ognuno, anche chi osserva dall’esterno, recupera il proprio sé fisico, e lo mette in comunicazione con il sé mentale.

Le signore che ricevono i trattamenti si lasciano andare e si fidano, ed è proprio questo legame di fiducia che si è instaurato, uno degli aspetti più importanti. La fiducia passa attraverso gli sguardi, attraverso il totale abbandono, il lasciarsi andare dietro la guida di qualcun altro, che non insegna alcunché, che non ti dà consigli o suggerimenti, ma semplicemente ti aiuta a voler bene a quel corpo che, a volte, è più di ostacolo che di sostegno.

E riflettevo sul fatto di quanto, un’esperienza come questa, ci aiuti a non dimenticare l’importanza dei gesti, affettivi, emozionali, più incisivi, a volte, di tante retoriche parole. I messaggi importanti passano attraverso tanti canali, non soltanto quello verbale, e quando ci si confronta ogni giorno con la disabilità, si impara che, in fondo, non esistono limiti se non quelli che le persone si impongono.

Emanuela

La testimonianza di Donatella, Operatrice Socio Sanitaria

Sono Donatella, lavoro in qualità di operatore socio sanitario presso il centro diurno “Colombetto” di Moncalieri, e conosco l’utenza che lo frequenta dal 2005. Insieme alla collega Emanuela ho assunto la referenza sull’attività di Shiatsu, prevista per quest’anno tra i laboratori del Centro diurno, a fronte di un Progetto di Servizio mirato secondo le esigenze ed i bisogni dei soggetti inseriti, e grazie anche alla disponibilità di persone come Valter, che prestano la loro opera a titolo di volontariato, e forniscono con la loro presenza esperienze arricchenti e di grande professionalità.

Posso osservare che in tutti questi anni di lavoro ho potuto collaborare con diversi tecnici e consulenti che si sono succeduti per lo svolgimento di varie attività, tra le quali anche Shiatsu, e che anno dopo anno, hanno lasciato il loro “segno”.

Ora è arrivato Valter, è la prima figura maschile che qui ha intrapreso un ciclo di trattamenti.

In qualità di operatori abbiamo indicato a Valter alcune persone tra gli utenti frequentanti il Centro con cui svolgere l’attività, a partire dai loro desideri espressi, eventuali richieste ed indicazioni dei familiari, e la progettualità in corso, iniziando dalle situazioni che ci sembravano più facili da approcciare.

Al primo incontro, assenti le persone con cui si era pensato di iniziare, si presenta Alberto, persona individuata tra gli interessati, ma le cui caratteristiche avevano fatto ipotizzare una tempistica differente, ed un approccio graduale. Alberto e Valter si osservano, si avvicinano, s’incontrano alla presenza dell’operatore referente, ed alla fine del primo giorno Alberto conosce Valter, e Valter conosce le sue unghie… L’incontro è apparentemente un po’ brusco per un neofita, ma sorprendente per chi conosce Alberto, e sa che non è così facile avvicinarlo ed entrare in relazione con lui.

Dopo quell’incontro ne sono susseguiti altri e, giorno dopo giorno, con grande interesse osservavo crescere la sintonia tra i due. Mi è parso come se Valter fosse riuscito, in breve tempo, a leggere ciò che sta nella profondità degli occhi di Alberto.

Ricordo come un dì dopo il trattamento, Alberto sia rimasto sorridente tutta la giornata, abbia abbandonato il suo angolo protetto per sedersi accanto ai compagni in salone ed, in modo del tutto insolito ed inaspettato, abbia ridotto al minimo il suo isolamento, presente ed adeguato agli stimoli proposti, abbia perfino partecipato all’attività pomeridiana di cineforum, di solito ignorata.

Che dire, caro Valter … “hai proprio fatto centro!”

Donatella

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