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Shiatsu News 50 Dicembre 2015 - Progetto Shiatsu e disabilità - CuneoProgetto Shiatsu e disabilità al Centro Diurno Mistral, Cuneo:

Promuovere un’esperienza di contatto come gesto con valenza affettiva positiva, come riconoscimento e benessere nella relazione con sé e con gli altri, oltre agli aspetti della gestione e della cura. […]
Lo Shiatsu ha altresì la funzione di aumentare la percezione del proprio corpo e delle proprie emozioni/sensazioni, compatibilmente con la possibilità di comprensione oltre che di elaborare un pensiero proprio su ciò che si avverte perchè si può partire da un’esperienza diretta.

(Leggi l’articolo completo sul sito della rivista Shiatsu News…)

autI rapporti che si creano sono molto empatici, pur senza parole i bambini dimostrano senza filtri ciò che desiderano e ciò che non desiderano e lo si capisce al volo.

(pdf: Leggi l’articolo completo di Elena Evangelisti…)

La rivista Shiatsu News ha pubblicato un mio articolo dal titolo:

Incontri ravvicinati del V tipo

ovvero

come ho toccato gli alieni

Leggi l’articolo sul sito di Shiatsu News >

CE5: Incontro ravvicinato del V tipo: incontri bilaterali posti in essere tramite iniziative umane coscienti, volontarie ed attive, o tramite la comunicazione cooperativa con intelligenze extraterrestri.  Il “quinto tipo” non è incluso nell’originale scala degli incontri ravvicinati di Hynek, tuttavia gli ufologi del gruppo CSETI del dott. Steven M. Greer hanno definito i CE5; si tratta di una teoria simile a quella dei “contattati” degli anni 1950, o del sottotipo F di Bloecher per gli incontri ravvicinati del Terzo tipo. (Da Wikipedia)

“Comunicazione cooperativa con intelligenze extraterrestri”. Non posso trovare una definizione migliore di quanto è successo.

Ho toccato gli alieni ed essi hanno toccato me e posso inoltre testimoniare con sicurezza che anche altri hanno vissuto questa singolare esperienza. Alcuni erano operatori addestrati, altri semplici cittadini curiosi, in ogni caso tutti ne sono usciti migliori.

Gli alieni sono fra noi ed hanno molto da dirci, anche se non sempre siamo in grado di comprendere appieno il loro linguaggio. Certamente non sono in grado di descrivere i loro processi mentali, ma posso dimostrare che è possibile aprire con loro un canale di comunicazione empatico non verbale.

Questo è il racconto di un’esperienza ai confini con la realtà iniziata all’alba del nuovo millennio, ma l’ultimo incontro è avvenuto solo pochi giorni fa, non certo nel deserto del Nuovo Messico, ma all’estrema periferia di Torino, in un centro d’incontro per anziani ai confini fra Moncalieri e Nichelino alla presenza di numerosi testimoni. Altri e ripetuti incontri erano avvenuti in precedenza sempre principalmente nel territorio di Moncalieri.

Nel corso del tempo abbiamo stabilito un codice di comunicazione basato sul contatto: sequenza ritmiche di pressioni esercitate, almeno inizialmente, principalmente sulla schiena.

La maggior parte di loro sono fisicamente simili a noi, a prima vista si potrebbero scambiare facilmente per “persone normali”.

Leggi il seguito di questo post »

“OGGI HO FATTO LO SHIATZU

1° incontro

Il primo trattamento è andato bene: Alberto prima mi ha allontanato a calci, poi mi ha graffiato, infine si è fatto mettere le calze. Insomma: abbiamo “fatto amicizia”.

Oggi è il mio primo giorno al centro diurno per disabili psichici.

Dipinto di Lina

Dipinto di Lina, utente del Centro Diurno Colombetto di Moncalieri (TO)

Veramente ero già venuto in visita la settimana precedente con Marco, il fisioterapista, per prendere gli ultimi accordi prima di iniziare la sperimentazione. La prima impressione arrivando era stata quella di una specie di scuola materna. Ancora prima di entrare ero circondato da persone che mi assalivano di domande: “Come ti chiami?”, “Vieni ancora?”, “Quando torni?”, “Cosa fai?”, “Hai dei bambini? Come si Chiamano?”. E molti mi toccavano, mi abbracciavano. Sono affettuosi. C’è vitalità ed una certa aria buffa e strampalata che fa allegria.

Eravamo rimasti d’accordo di cominciare con i casi “più semplici”, ma non è certo il caso di Alberto.

L’educatrice, Emanuela, mi presenta Alberto. Lui è un ragazzo autistico psicotico, ma ognuno ha i suoi guai: io, ad esempio, sono ipermetrope ambliope per cui non dovrebbero esserci particolari problemi.

Andiamo nella “stanza della musica” dove Alberto ha il suo angolo preferito, il suo nido, dove lui si accuccia in posizione fetale su un materassino. L’educatrice lo rassicura. Io mi siedo a terra vicino a lui con le gambe incrociate, ma lui mi allontana con dei calci. Dopo un po’ capiamo che non vuole che io incroci le gambe e così mi adeguo. Mi avvicino un po’, ci provo alcune volte, ma lui mi respinge sempre con un piede.

Propongo all’educatrice di mettere un po’ di musica visto che mi dice che gli piace. Lei prende uno jambe ed inizia a suonare con un ritmo lento ed un po’ ipnotico. Lui è sempre accucciato. Mostra una mano: mi avvicino lentamente e gli tocco il pollice, delicatamente. Sulle prime lascia fare, poi si alza a sedere, mi afferra gli avambracci, stringe forte e pianta le unghie. Non molla la presa, allora a mia volta gli prendo gli avambracci ed inizio a fare pressioni a pinza con pollice e dita contrapposti. Mi fa male, sento le unghie nella carne, ma mantengo la presa ed intanto iniziamo una specie di balletto al ritmo del tamburo che non si è mai fermato: ondeggio lentamente. Lo tiro leggermente verso di me, poi lo allontano un po’ e così via. Nel frattempo aumento e diminuisco in modo alterno le pressioni sui suoi avambracci al ritmo dello jambe. Lentamente diminuisce la presa e sembra seguirmi nella danza.

La situazione è assurda e surreale. Mi viene da ridere, non riesco a trattenermi. Lui sorride, molla la presa e si mette a sedere a gambe incrociate.

Rimaniamo un po’ a guardarci, fermi. Non so bene come comportarmi, ma cerco di essere presente.

Poi si toglie una calza, la sventola, la fa girare facendo dei versi e me la sporge. La prendo, la sventolo, la faccio girare emettendo suoni gutturali e poi gliela restituisco. La scena si ripete alcune volte con qualche variante: faccio finta di annusare la calza con aria disgustata, è una scenetta che è sempre piaciuta molto ai miei bambini. Alla fine decido di tenermi la calza, allora lui toglie l’altra e ripete lo stesso rituale. Non so bene come uscirne. L’educatrice mi dice che probabilmente lui vuole che io gli metta le calze. Sono molto lusingato dalla proposta e provvedo immediatamente.

Ho superato l’esame: abbiamo fatto amicizia.

Vado nel salone a salutare Enrica e Rachele che avevo trattato prima. Due trattamenti Shiatsu “normali”.

Dipinto di Lina

Dipinto di Lina, utente del Centro Diurno Colombetto di Moncalieri (TO)

Enrica con le matite colorate sta completando sul suo quaderno, lentamente, ma con buona grafia in stampatello maiuscolo, una pagina di “OGGI HO FATTO LO SHIATZU”. Magari una di queste volte le faccio presente che si scrive con la “S”, o forse no.

Rachele è seduta tranquilla sul divanetto. Le chiedo come sta. Lei è timida, parla piano, un po’ coprendo la bocca, quasi a schernirsi e dice: “mi piace quando ti appoggi”. Con una sola frase ha colto il senso profondo dello Shiatsu e della relazione di scambio che lo caratterizza. Apparentemente uno dei due attori, l’operatore, ha un ruolo attivo, mentre il ricevente è passivo. In realtà io mi appoggio al ricevente e lui mi sostiene. Quindi è “abile”. I ruoli si invertono e ciò crea fiducia reciproca, la fiducia di essere sostenuti e di poter sostenere. La fiducia nella natura, nel miracolo della pressione che agisce senza che nulla venga apparentemente fatto. Ho notato nella mia esperienza come siano soprattutto le persone più fragili a recepire questo aspetto così primordiale dello Shiatsu, forse perché, finalmente, sperimentano nella pratica la possibilità di sentirsi utili e di sostenere un’altra persona.

Capitano raramente giornate così intense, ma, come sempre ciò che si riceve è molto più di quello che si dà. Leggi il seguito di questo post »

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